Quante volte al giorno permettete ad un’app o al vostro smartphone di accedere alle vostre informazioni personali?
Ci state pensando? La risposta è molto semplice: praticamente tutte le volte che accedete ad un qualsiasi app, da provider per la navigazione web, all’app per la corsa, alle mappe per aggirare il traffico.
Ma cosa significa davvero rispondere sì? Dove finiscono i nostri dati?

Il case history Fit bit dimostra come le aziende esperte offrano vantaggi (per esempio la riduzione dei premi assicurativi o la possibilità di monitorare meglio la propria salute) in cambio dell’accesso ai dati personali dell’utente.
Dal canto loro, le aziende che acquisiscono o utilizzano dati personali dei propri clienti, per legge dovrebbero essere molto chiari con loro in merito a quali dati stanno accedendo e in che modo intendono utilizzarli. Non sempre è così; o meglio, non sempre l’utente recepisce correttamente, o è realmente interessato, ai messaggi che le aziende creano per accedere ai loro dati personali. Pensate a quante volte avete bypassato le policy sull’utilizzo dei vostri dati, soprattutto la prima volta, quando la voglia di utilizzare il proprio dispositivo nuovo o accedere per la prima volta ad una app o al proprio profilo social, supera di gran lunga la voglia di sapere cosa voglia dire il messaggio “permetti al tuo device di accedere ai tuoi dati personali, alla tua posizione geografica, all’età, o addirittura ai dati raccolti fin ora e in seguito dal tuo smartphone?” Meglio ancora quando l’azienda ti offre qualcosa in cambio di quei dati: una riduzione del premio assicurativo, per esempio, o l’accesso e l’utilizzo “gratuito” di una piattaforma social. Ma è possibile che siano le aziende, le stesse che ne hanno bisogno per aumentare i propri profitti, a decidere quanto valgono questi dati? La risposta, seppur paradossale, sembra essere uno scontato sì. Gli utenti, infatti, non ne hanno la minima idea, sia perché i messaggi delle policy aziendali per accedere a quei dati sembrano spesso innocue richieste che servono esclusivamente ad utilizzare meglio il dispositivo o la piattaforma; sia perché proprio non sanno che quei dati hanno un valore di mercato molto alto. Questa situazione comporta un duplice paradosso per l’utente che si trova a regalare i propri dati, senza spesso ottenere nulla in cambio se non a livello di user experience, sicuramente migliorata grazie a quei dati, ma altrettanto pagata in fase di acquisto di quel device e pagata ancora di più acquistando i device successivi.

Pensateci quando cliccate sì.

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